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Giuseppe Tardio, l’avvocato-brigante

CAMPORA (NEL CILENTO): UN EPISODIO DEL "GRANDE BRIGANTAGGIO" MERIDIONALE

giuseppe tardioNel 1863, la popolazione di Campora (SA), un paese del Cilento definito dal procuratore generale del re presso la Corte di Appello di Napoli "covo di ruti picchè uomini", fu protagonista di una rivolta antiunitaria, tutt’oggi conosciuta agli stessi abitanti di Campora. La notte di Campora vide rotagonisti da una parte i cittadini e dall’altra i cosiddetti "briganti", uomini he avevano creduto e lottato per un’Italia migliore che la monarchia sabauda non seppe dare. Con l’unità d’Italia ci furono tasse fino allora
sconosciute e il servizio militare obbligatorio. In questo clima, nacque una reazione, una resistenza contadina all’unità italiana, che sfociò in quel movimento di protesta sociale definito — dagli storici detrattori del Meridione — "brigantaggio". I piemontesi, che non conoscevano affatto l’Italia inferiore — come la chiamavano — si aspettavano di essere accolti con tarallucci, tarantelle, fiori e fanfare, ma furono invece accolti da fucilate che forse nessuno aveva loro preannunciato; per farsi "rispettare" ricorsero a quella che lo scrittore-giornalista Salvatore Scarpino chiama "la pedagogia del plotone d’esecuzione". "Briganti — gridava ancora De Sivo — noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti qui a depredar l’altrui? Il padrone di casa è brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiare la casa?" Furono molte le bande di rivoltosi antiunitari che agirono al Sud, alcune col chiaro obiettivo di riportare Francesco II sul trono di Napoli. Anche nel Cilento ci furono diverse bande, ma la più importante — oggetto finanche di una interrogazione parlamentare — fu quella di Giuseppe Tardio, originario di Piaggine, un paese del Cilento interno. Giuseppe Tardio, "intelligente ed inafferrabile condottiero dei contadini-briganti", come scrive Antonio Chiazza nella prima biografia su Tardio, era primo di quattro fratelli ed aveva studiato con sacrifici presso il Reale Liceo di Salerno, laureandosi nel 1858 — a 24 anni — in Legge con il massimo dei voti. Di sentimenti liberali, il giovane legale
di origine contadina, dopo aver visto il gattopardismo e gli antichi padroni che, mutato regime politico, erano rimasti a galla per continuare a spadroneggiare, passò con i filoborbonici dopo essere stato addiritturaispettore della Polizia Generale ed essere stato anche in prigione per aver partecipato, tempo addietro ad una manifestazione a Salerno a favore di Vittorio Emanuele II. Il 18 settembre del 1861, con 32 uomini, partì dal porto di Civitavecchia e nella notte tra il 21 e il 22 settembre sbarcò ad Agropoli, dove compì numerose azioni di rivolta antiunitaria in numerosi paesi del Cilento: Centola, Foria, Camerata, Butani, Celle Bulgheria, Novi Velia, Vallo della Lucania, spesso accolto con simpatia da parte della popolazione, mentre la sua soldatesca andava sempre più ingrossandosi. Al comune di Camerata, ad esempio, nel luglio del 1862 i suoi militanti abbatterono gli stemmi reali, frantumarono il busto di Vittorio Emanuele II, lacerarono una litografia di Garibaldi e strapparono tutte le carte affisse ai
muri. Tutto questo mentre due giovani sorelle, Anna Teresa e Filomena Castelluccio, rispettivamente di 24 e 22 anni,  calpestavano i resti del busto del sovrano savoiardo gridando con rabbia: "ancora esisti?" e poi andarono incontro ai pochi liberali del paese gridando loro: "avete finito di fottere". Nel suo primo "Proclama ai popoli delle due Sicilie" pubblicato a Butani il 3 luglio 1862, a cui seguì più tardi il proclama di Campora, Giuseppe Tardio — che si qualificò come "Il Capitano Comandante l’armi Borboniche" — scriveva: "Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi  miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi è ormai un
anno da che brandirono le armi. E l’ora di fare l’ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell’uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli
a valicare il Liri? ". Molti furono i camporesi con i quali - come risulta nel volume n° 99 conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno e contenente l’istruttoria fatta per i fatti di Campora dal giudice Guerriero Filippo a Gioi il 30 settembre 1863 — il combattivo avvocato cilentano aveva preso contatti: Carlo Veltri, Andrea Perriello, Vincenzo De Nardo, Antonio Perriello e spesso  si recava a mangiare con i suoi uomini a casa di Giuseppe Galzerano (fu Aniello), di Francesco e Angelo Ciardo, quest’ultimo  ufficiale della Guardia Nazionale. E proprio a Campora, come dicevamo, egli preparò nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863, un altro
"Proclama ai popoli delle due Sicilie: " Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d’Italia, seconda valle dell’Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti direligione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell’inviolabilità della libertà, della proprietà, del
domicilio e della pace e dell’onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli … Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l’indipendenza e autonomia delle Due Sicilie!". Con la presa di Roma del 20 settembre 1870, la libertà di Tardio e di altri rifugiati politici, cominciò a correre seri pericoli. E fu infatti, proprio un suo paesano — Nicola Mazzei (che faceva il bersagliere a Roma) a denunziarlo e a farlo arrestare per ben due volte, dopo che lo stesso Tardio era sfuggito la prima
volta con uno stratagemma. giuseppe tardio con carmine crocco e altri brigantiEgli fu arrestato insieme a Pietro Rubano, anch’egli di Piaggine, unitosi a lui nel dicembre del 1861, dopo aver fatto parte della banda di Carmine Crocco Donatelli. Tardio e Rubano furono tradotti nel carcere di Roma, messi a disposizione del Tribunale di Vallo della Lucania e successivamente trasferiti nel Carcere di Salerno. Fu istituito il processo e Tardio nominò suo difensore l’avvocato Carmine Zottoli, del foro di Salerno e famoso difensore di "briganti". Il 24 maggio
1871 egli produsse una sua memoria difensiva, nella quale rispondeva per iscritto sui capi d’accusa: " Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi
responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata". Il 23 giugno 1892, dopo una serie di ricorsi e dopo essere stato trasferito a scontare la sua pena (prima la condanna a morte, poi trasformata in lavori
forzati a vita) nel terribile carcere dell’isola di Favignana (TP) - dove i Borboni avevano rinchiuso i loro avversari liberali e dove rimase segregato per 22 anni — Giuseppe Tardio, l’avvocato-brigante, si spense all’età di 58anni, avvelenato da una donna per paura, pare, che facesse delle rivelazioni.

Mario Ciardo
Si ringrazia per il materiale di ricerca fornito, l’Associazione Pro-Loco
Acampora — P.zza Umberto I — 84040 Campora (SA).

http://www.ausonialibera.com/archivio/252002/primopia25.htm 

Le abitazioni rurali del Cilento

Il rapido sviluppo economico realizzatosi nei nostri paesi negli ultimi quindici anni, ha fatto già dimenticare che la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne e dei frutti della terra.


C'è stato poi un periodo in cui gli storici che si sono occupati casualmente della cosiddetta "Civiltà contadina", a volte ne hanno mitizzato i termini, con tendenza a delinearne un quadro romantico; costoro hanno spesso espresso la nostalgia per un mondo che non potrà più essere recuperato e vi hanno visto valori e armonie di cui deplorano l'assenza nel mondo moderno.


Della nostra passata civiltà rurale, restano ancora molte testimonianze che comunque vanno valutate. Tra queste vogliamo qui ricordare, nella cultura locale, oggi elementi tipici e armoniosi della campagna cilentana, le abitazioni rurali. Al di là di ogni valutazione storica, il loro stesso essere ci ammonisce, ricordandoci che gli agi di cui oggi godiamo spesso sono il frutto di immani fatiche dei nostri avi. L'agognata "casa di campagna" che costituisce un bene invidiato o la solatìa chiesetta in cima ad una collina o ai margini di un bosco, lontano dal rumore della città, spesso meta di week-end, restano i muti testimoni che videro e accolsero dolori e fatiche inimmaginabili nella realtà moderna.

 

casa surale del cilento

Nella convinzione che la coscienza della propria identità è stimolo a meglio agire nel presente e che il recupero di queste strutture costituisce un dovere per un popolo civile, andiamo qui a puntualizzare brevemente alcuni concetti sulle costruzioni rurali che numerose incontriamo nel territorio oggetto del nostro viaggio.

 


L'eccessivo frazionamento della proprietà terriera in questo territorio, ha determinato la costruzione di numerosissime abitazioni rurali: in pratica su ogni "fondo" ve n'è almeno una.


Ricordiamo come l'uso di costruire le case sulla quota di terra posseduta è antichissimo: almeno in queste zone, si rifà al contratto di "pastinato" che fra l'altro prevedeva il possesso reale della terra con diritto di costruzione della casa.


E' difficile ricostruire storicamente il legame tra quest'epoca e i secoli a noi più vicini: possiamo solo dire che è possibile che quei diritti non siano scomparsi completamente e che siano sopravvissuti nelle consuetudini dei paesi anche quando il possesso della terra, per le mutate condizioni socio-economiche, divenne "colonìa", per cui il proprietario o provvedeva a fornire la casa al colono o lo autorizzava a costruirsela nel fondo che doveva coltivare. Le grosse proprietà, molto rare, obbedivano così anch'esse a questo schema: ogni quota di terra affidata ad un colono o "parzunàro" ha o aveva la sua casa ove costui poteva abitare con la sua famiglia.


Questo sistema era già invalso nel XVIII secolo, come dimostrano i catasti onciari. E' presumibile che parte delle costruzioni rurali, molte delle quali ancora usate, risalgano a quest'epoca; la maggior parte, invece, sono state edificate verso la fine dell'Ottocento dopo che la scomparsa del brigantaggio rese sicure le campagne. Tutte hanno conservato lo stesso schema di costruzione lungo i secoli e si differenziano solo nella forma a seconda dell'uso a cui erano destinate.


In genere si tratta di case povere, a volte molto piccole, ma estremamente funzionali; obbediscono ad una logica immediata e pratica di utilizzo di ogni loro angolo.


I vari tipi sono indicati nel dialetto locale con i seguenti termini:


- maazzèno: è il tipo di abitazione rurale più diffusa. Di modeste dimensioni, è formata da un piano terra adibito a stalla e da uno superiore per soggiornarvi; la soffitta (suppìgno) funge da fienile; gli ambienti sono due-tre per piano; il forno, immancabile, è staccato dal corpo della costruzione o ricavato in un angolo della cucina;


- casìno: è una grossa costruzione, residenza non abituale del proprietario di più fondi e centro di questi per i quali fungeva da deposito o punto di raccolta dei prodotti prima di avviarli al mercato; tra l'altro vi erano le cantine per la spremitura dell'uva: il mosto veniva poi trasportato in paese in barili a dorso d'asino. Queste costruzioni sono formate da più piani, a volte sormontate da una colombaia. Si presentano maestose e di una certa eleganza. Le forme sono diverse e obbediscono al gusto e alle necessità contingenti dell'epoca di costruzione;


- passulàra: indica un ambiente più o meno grande adibito a deposito per gli attrezzi necessari all'essiccazione dei fichi. Erano importantissime queste costruzioni e di uso immediato soprattutto per depositare i graticci coi fichi durante la notte o in caso di temporale. Di solito sono limitate ad un piano terra dotato di due o più larghe entrate, con tetto ad un solo spiovente. All'interno l'unico ambiente accoglieva numerose impalcature in legno su cui venivano sistemati in perfetto ordine i graticci coi fichi;


- terràta: si tratta di una specie di grotta di 4-5 mq. ottenuta scavando nella terra (di solito in terreno scosceso) e sorreggendo le pareti con muri a secco. Il tetto era fatto con travi e assi di legno che sostenevano la terra soprastante; spesso venivano ricavate nei muri di terrazzamento. Erano usate come deposito per gli attrezzi agricoli o per ripararvisi in caso di cattivo tempo.

Scuola Eleatica

La Scuola eleatica è una scuola filosofica presocratica attiva ad Elea, colonia greca dell'antica Lucania, il cui esponente principale fu Parmenide. Altri membri della scuola sono Zenone di Elea, Melisso di Samo e Senofane di Colofone che viene da alcuni storici considerato come suo fondatore, ma questa posizione, probabilmente basata sull'apparente contiguità fra la polemica contro la molteplicità degli dei antropomorfi, propria di Senofane e il concetto dell'unità propria dell'essere, elaborato da Parmenide, è discussa. Le conoscenze su questa antica scuola, come per tutte le altre scuole presocratiche, è indiretta e si basa su sporadiche testimonianze e scarsi frammenti di autori più tardi.

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Patrimonio mondiale dell'umanità

Il filo della storia cilentana si dipana fino ai giorni nostri cucendo avvenimenti grandi e piccoli. Legando vicende romane (Cesare Ottaviano Augusto ne fece una provincia per allevare gli animali e coltivare alimenti destinati alle mense romane), a fatti medievali importanti (il Principato longobardo a Salerno, l'avvento dei monaci Basiliani e Benedettini, la nascita della Baronia con i Sanseverino, la loro rivolta a Capaccio nel 4242 contro Federico II), fino all'epopea del brigantinaggio e ai successivi "Moti Cilentani" del 1828, con l'insurrezione contro Francesco II di Borbone e i suoi ministri. Tracce, ricordi, monumenti, culture, sentieri legati a questa ricca storia oggi sono salvaguardati anche grazie al Parco Nazionale del Cilento. E grazie a quegli importanti riconoscimenti internazionali conseguiti di recente. Il primo è del giugno 1997, che ha visto l'inserimento del Cilento nella prestigiosa rete delle Riserve della biosfera del Mab-Unesco (dove Mab sta per "Man and biosphere"): su tutto il pianeta (in oltre 80 stati) si contano circa 350 di queste particolari aree protette, che servono per tutelare le biodiversità e promuovere lo sviluppo compatibile con la natura e la cultura. Così il Parco del Cilento oggi, oltre ai suoi preziosi habitat naturali, può a maggior diritto salvaguardare quegli scenari consacrati dalla storia dell'uomo e permeati dalle sue tradizioni: borghi e antichi sentieri, anche se a "macchia di leopardo" in un ambiente più ampio da difendere e da promuovere. Il parco, infatti, se giovane, è visto da molti come speranza e strumento dello sviluppo del Cilento. Secondo riconoscimento nel 1998 con il suo inserimento-insieme ai siti archeologici di Paestum e Velia- nella lista di patrimonio mondiale dell'umanità. Questa consacrazione rinforza il valore di questo "Paesaggio vivente", riconoscendone il ruolo delle civiltà che lo hanno frequentato e popolato nel corso dei millenni. "Come le specie naturali anche i popoli hanno trovato in questi luoghi i contatti, gli incroci e le fusioni, l'arricchimento del patrimonio genetico" si legge nella candidatura del Parco, "nel Cilento si realizza l'incontro tra mare e montagna, occidente e oriente, culture nordiche e africane".

Dalla preistoria ai grandi filosofi greci

Lasciamo la leggenda e la forza dell'immaginario per la storia vera dell'uomo, che in questa terra ha trovato ospitalità da almeno mezzo milione di anni. Tracce della sua presenza sono evidenti dal Paleolitico medio al Neolitico, fino alle età dei metalli. I primi uomini vissero nelle grotte costiere del Cilento a Camerota, dove si sono scoperti i resti dell'omo camaerotensis. A Palinuro, dove si sono rinvenuti materiali dell'industria della pietra. Nelle grotte di Castelcivita, a San Giovanni a Piro e a San Marco di Castellabate, dove si sono ritrovati reperti paleolitici. A Capaccio e a Paestum, dove sono emersi corredi funerari di età neolitica della locale civiltà del Gaudo. La scoperta di manufatti e utensili provenienti dal vicino Tavoliere pugliese o dalle isole Lipari, inoltre, ci dicono che già allora il Cilento fu crocevia di scambi: percorsi di crinale nell'interno lo mettevano in contatto con le altre civiltà appenniniche (vie della transumanza e traffici, luoghi di culto e di mercato); mentre il mare lo avvicinava alle civiltà nuragiche, a quelle egee e mediterranee. Poi tra il VII e il VI secolo a.C. arrivarono i Greci. I Sibariti, discendenti degli Achei, fondarono Posidonia: divenuta in epoca romana Paestum. Nello stesso periodo per mano dei Focesi, provenienti dall'Asia Minore, sorse Elea (poi divenuta la Velia romana): il fiorente centro cilentano ospiterà la Scuola Eleatica di filosofia, l' artefice è Senofane nel VI secolo a.C., e quella medica da cui trasse origine l' importante Scuola Medica Salernitana, madre della moderna medicina occidentale. Mentre a Paestum si continuò a battere moneta, diritto tramandato dagli Achei (esperti in quest'arte), anche in epoca romana.

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