La Primula Palinuri - il fiore simbolo del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano
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Li cundi cundàti

Li cundi cundati intorno al focolare

Il "C'era una volta..." della civiltà contadina, una tradizione orale che portava in sè tutta la cultura mediterranea e si riproponeva ogni volta con il suo mondo magico-mitico, fonte di insegnamenti per i più piccini...

Vi proponiamo due favole proprie della tradizione orale cilentana.

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Come giocavamo...

un allegro girotondo in piazza

I giochi nel passato venivano organizzati mediante l’utilizzo di sassi, bacchette di legno, semi di frutta. Particolare menzione meritano le famose formelle, che erano costituite da bottoni di pantaloni, giacche; in seguito vennero usate le monetine, con cui si giocava solo nei periodi natalizi o pasquali, e nell’ambito delle feste patronali.e dopo aver giocato, un bel gelato!

L’azzecca muro o Tozza muro consisteva nel lanciare una moneta o un bottone contro un muro: se ricadeva vicino a quello di un altro giocatore alla distanza di un palmo si vinceva quel pezzo.

Il gioco a lo schiaffo consisteva nell’estrarre a sorte chi doveva “mettersi sotto”, volgendo le spalle agli altri e con il palmo della mano sinistra ben aperto sotto l’ascella destra e gli occhi ben coperti con la mano destra. A questo punto uno dei partecipanti tirava uno schiaffo sulla mano aperta del prescelto, il quale doveva individuare che lo aveva colpito. Se lo indovinava il nuovo bersaglio diveniva il colpitore.

Nel periodo di Carnevale si metteva in atto il lancio del caciocavallo, che è antichissimo e tuttora viene praticato. In questo gioco ci sono due squadre composte da 6 persone. Il gioco segue un tragitto definito: si esce dal paese verso la località Castagne, marcia da effettuare sia all’andata che al ritorno. Ogni componente ha diritto ad un lancio di caciocavallo, il cui tratto viene segnato con un bastone. I tiri sono alternati, e la squadra che ha fatto più strada si aggiudica il percorso di andata: la stessa cosa avviene per il ritorno. Le squadre si ritrovano al bar per consumare ciò che rimaneva del caciocavallo.


U’ strummuluLe conte o girotondi erano delle lunghe cantilene che si cantavano tenendosi per mano mentre si girava attorno ad una persona.

Le pupe re pezza, bambole di stoffa erano dei giochi che praticavano le bambine.

O' strummulo, o trottola di legno, consisteva nel colpire la trottola avversaria senza fa scacà la propria, cioè senza far smettere di girare la propria.

A’ staccia, piccola tegola di pietra o di argilla, consisteva nel tentare di cummuglià, coprire con essa i bottoni o delle monetine poste dietro al merco, ciottolo quadrato con lanci precisi come a bocce.

Barra si disputa tra due squadre, vince chi riesce a penetrare nell’area avversaria senza farsi prendere.

Mazza e piuzu la mazza è un bastone di legno grande quanto una mazza da baseball che ha la stessa funzione, solo che invece della palla bisogna colpire ù piuzu, pezzetto di legno con una parte appuntita; il gioco si può fare con due o più squadre, vince chi lancia il bastoncino più lontano e lo trova nel minor tempo possibile.

Altri giochi erano:

all’armi bandiera; a libera, all’uorio; a cova lena; a la staccia; uno n’bodda la luna.

 

Canzoni cilentane dei partigiani borbonici

Tutti gli scritti riportati in questa pagina sono dell'autore Basilio SANTOCRILE.

Si ringrazia il Signor Basilio SANTOCRILE per aver consentito la riproduzione delle Sue Opere sul nostro sito.


Proprietà letteraria riservata di Basilio Santocrile, viene consentita la riproduzione dei racconti poesie, articoli, detti, ecc. per intero a mezzo stampa radio TV ed internet, citandone l’ autore. –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ,

                       

  A LU SAVOIAstemma di casa savoia

Tu si’ ri li Savoia u’ gran signori,

i’ so l’affamato fuorilegge.

Tu scrivi cu la penna e dai ruluri,

io vao pe lu Ciliento cu’ curtieddo e unuri.

Tu tieni ‘nfamia,rucati, terre, calamaio,

carta e penna p’accire sti pezzenti.

Io tengo porvere Prito e quanno sparo,

vendeco e chi nu’ tene niente.

 

 

                         D.P.R.O.briganti

Simo brianti re lu Re Borbone,

sempre a cocchia cu lu zufocone.

Trombone, scuppetta e maneca r’angino,

porve, chiummo e nu bicchieri re vino.

Bosco amato, casolare mezzo caruto,

pane niuro, giustizia, libertà traruta.

Simo brianti re lu Re Borbone,

ne resta sulo Dio,Patria,Re,Onore.

 

 

 

VAO GIRANNO

Songo brande pe’ lu Ciliento,

fuorilegge pe li Testensi,

suldato pe lu Re Borbone,

ricercato pe lu Re ‘nvasore.

Porto scuppetta e sciabbulone,

giro l’Aliento, lu Diano e lu Calore,

a la Crosca meglio appartengo,

sono la tofa e me’nne vao vantanno.

 

 

                                             CACCIATE RA STE TERRE

Chiange la vita che se l’ha guruta,

nu chiange chi se l’ha stentata.

Chi tutto perde e lassa, chiane,

chi niente tene e soffre, rire.

Riro ‘ mbacci la morte, sarò mbiccato,

allucco viva lu Re, ‘naggio tramuto.

N’aggio tramuto lu Ciliento mio e lu paese,

cacciati ra ste terre lu piemontese.

 

fonte: www.terradeimiti.com 

I Capozzoli

brigantiFigli del Cilento lo furono tutti, ognuno in difesa del suo territorio, nel rispetto delle proprie idee e dei propri ideali. Il banditismo nel Cilento non si sviluppò ( se non in rari casi) per desiderio di ricchezza, ma per desiderio di giustizia, che sommariamente veniva praticata personalmente. Varie sette trovarono ivi fertile terreno, la più famosa fu quella dei Filadelfi che organizzò i moti del 1828; l'episodio rimase del tutto circoscritto a pochi paesi dell' area Cilentana e fini in un bagno di sangue con la soppressione del comune di Bosco per aver dato asilo ai rivoltosi. Difatti i Filadelfi restarono isolati nel proprio tentativo e per condurre la rivolta dovettero appoggiarsi ad una banda di briganti quella di Patrizio, Donato e Domenico Capozzoli specialisti soprattutto in furti, estorsioni e vessazioni. (Vedi "DALLA REPUBBLICA PARTENOPEA ALL 'UNITÀ D 1TALIA MOMENTI DI STORlA SALERNITANA " -Archivio di stato SA -pp.43) Questa collaborazione dimostra quanto nel microcosmo della politica del Cilento fosse incerto il confine fra azione politica e criminalità organizzata. A prova di ciò i Capozzoli saranno riconosciuti come eroi (eroi per caso) anche se non vennero mai perseguitati come rivoluzionari, ma sempre come criminali, essendosi dati alla macchia dopo aver compiuto un effimero assassinio nel loro stesso paese nativo (Monteforte Cilento ). A causa di questo, la rivoluzione social-politica assunse i caratteri di bri-gantaggio, in cui trovò sfogo il malessere delle miserabili popolazioni contadine, per le quali il problema più urgente era legato alla terra, e all' equa distribuzione della ricchezza. (Ciò si rileva dalle fonti processuali della setta cilentana detta Crosca.)

briganteIl 28 giugno 1828 ebbe inizio la rivolta con l'assedio del forte di Palinuro ove erano conservati i fucili e le munizioni dell' esercito. I Rivoltosi capeggiati da Antonio Gallotti, Domenico Antonio De Luca, Pasquale Novelli e Nicola Cammarano e i briganti da Domenico Capozzoli, attra-versando i vari paesi di Camerota, Licusati, Torre Orsaia, Roccagloriosa, ecc. ingrossaronole loro fila di veri rivoluzionari e di sbandati che si univano ai Capezzoli.

Frattanto il maresciallo Del Carretto, ispettore generale della gendarmeria reale riuscì a far disperdere i rivoltosi arrestando una moltitudine di persone. Fra questi si ricordano Pasquale Galiante di Celle, Nicola Casielle e Nicola Cobucci di Bosco, Filippo Ruocco di Massicelle e il canonico De Luca di Celle.

Il 18 luglio 1828 il Maresciallo Del Carretto rendeva note le seguenti taglie: 400 ducati per la testa di Antonio Gallotti, 200 per la testa di Ciascuno degli altri compagni, 700 per il capo comitiva Capozzoli se morto ed 800 se preso vivo. Il bando proseguiva: "chiunque dei masnadieri o fuorbanditi avesse portato due teste dei compagni avrebbe avuto non solo la grazia della vita ma la libertà. Con un Decreto di Francesco l° del 28 luglio 1828 il comune di Bosco fu soppresso per aver accolto favorevolmente i congiurati e fu aggregato al comune di S. Giovanni a Piro. Il Gallotti e i Capozzoli in fuga capirono che era giunto il momento in cui dovevano allontanarsi dall’Italia. Facendosi passare per guardie rege sequestrarono la barca di Vincenzo Siani facendo rotta verso Salerno ma con l’intenzione di dirigersi in Corsica, dove riuscirono a rifugiarsi dopo tante peripezie peripezie. Qui il Gallotti continuo a Vivere ad Ajaccio, mentre i Capezzoli, dopo pochi mesi ritornarono nel Cilento, per continuare la loro indegna vita di masnadieri ed assassini. Diego Cirillo di Perito, condannato secondo i criteri del "fuorbando" per aver ospitato i Capozzoli nell’agosto del 1828, era già stato condannato a morte e non voleva più ospitarli ma provvedeva alle loro cibarie tenendoli nascosti nei boschi fra Perito e Rutino. La notizia della loro presenza fu data da un contadino di Omignano il 23 marzo1829 che giurò di averli visti nei boschi tra Rutino e Perito. Il sottointendente Valia di Vallo si prodigò per assicurare con ogni mezzo i briganti alla giustizia, ma tutti i tentativi furono vani essendosi rifugiati presso un fidato amico di Rutino.

briganteFra il 13 e il 16 giugno 1829 i Capozzoli commisero il vile assassinio di Carmime Cirillo, il quale dovendo prestar servizio militare si era dato alla macchia. Il disertore fu scambiato per la spia Giuseppe Cirillo (vedi La rivo/ta del Cilento 1828 di G. Cernelli, pag.144). Trovato dai fratelli Capozzoli nella campagna della Laura: la difesa del giovane fu ardua, e vane le sue spiegazioni; dovette soccombere alla forza preponderante dei tre fratelli. Colpito con una pugnalata alle spalle, venendo meno ne fu succube gli furono cavati gli occhi e fu trovato in fin di vita dopo tre giorni nella contrada "Femmena Morta".

Dopo questo ennesimo assassinio il sotto intendente Velia fece dare fuoco a numerosi pagliai e murare i casolari di campagna. I Capozzoli sentendosi ormai braccati ed accerchiati, costrinsero con minacce di rappresaglie verso la famiglia, il Diego Cirillo ad ospitarli. Per ostaggio tennero con loro Maddalena (sore//a di Diego) con un figlio in tenera età.Il Diego, stanco del giogo dei banditi e infelice per il crimine commesso da quegli assassini verso un giovane del suo stesso paese, volle assicurare i malviventi alla giustizia. Il 17 giugno 1829, mentre a Perito si svolgeva il Funerale di Carmine, Diego denunciava i malviventi al Velia che, prontamente in serata, faceva partire, i tenenti Conca e Caruso, con 20 gendarmi e 10 guardie urbane.

A notte inoltrata fu circondata la casa, ma Domenico Capozzoli si svegliò al latrare di un cane, guardò dalla finestra, scorse i gendarmi e cominciò a sparare contro di loro. Svegliatisi, i fratelli che dormivano al piano inferiore icominciarono anch' essi a far fuoco. Patrizio voleva uccidere l' ostaggio ma Domenico glie lo impedì dicendo "Ancora può servirci:.sia lei che il bambino!" Dai mal viventi furono sparate tutte le munizioni, e tenendo sotto minaccia dei pugnali sia la donna che il bambino buttarono dalle finestre ogni cosa, esponendo a grave pericolo gli assedianti che cercavano e speravano di salvare gli ostaggi. La scena diventò sempre più selvaggia e barbarica, la gente gridava contro gli assediati, le campane suonarono a martello per chiamare in aiuto le guardie urbane dei paesi vicini. Solo più tardi col ferimento di Donato ad una gamba, si ottenne il rilascio degli ostaggi, e la resa alla legge. Portati a Vallo dopo la notifica della sentenza furono passati in Cappella ove rifiutarono i conforti religiosi. Attraversando i paesi del Cilento da Vallo a Palinuro questi banditi furono oggetto di derisione e scherno, per vendetta degli oltraggi subiti nel passato mentre Del Carretto riceveva fiori al suo passaggio per aver assicurato tal masnadieri alla giustizia ed aver liberato il territorio da sì grave minaccia. (racconto derivato dalle tradizioni popo/ari e da vari testi storici).

 

Si ringrazia la preziosissima collaborazione di Basilio Santocrile autore di questo testo.

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Gaetano Manzo

gaetano manzoGaetano Manzo era figlio di pastori di Acerno, si avvicinò al brigantaggio quando, nel 1862, Garibaldi con i piemontesi, per bisogno di uomini, imposero la leva forzata tra i giovani del meridione. Dapprima egli non si presentò, poi convintosi (anche perché era già ne era stato ordinato l'arresto...) si arruolò ma ben presto disertò. Nel 1863 già era diventato un brigante famoso nel salernitano, infatti si era aggregato alla banda Ciardullo. Era specializzato in sequestri di persona di vari possidenti della zona, a molti dei suoi ostaggi soleva tagliare il lobo dell'orecchio per "convincere" i familiari a pagare. Era un uomo dal carattere controverso, infatti riusciva a far coesistere la fede religiosa con una violenza ed una crudeltà non comune. Di lui diceva il prete Don Francesco Oliviero (era stato un ostaggio della banda Ciardullo): "Gaetano Manzo era giovane dalle mosse sgherre, occhio cervino, biondo nei capelli, naso un pò schiacciato, piuttosto alto nella persona, signorilmente vestito, il men perverso e disumano fra quegli orsi e iene assetate di sangue e rapine". Fece fortuna sequestrando dapprima due inglesi che gli fecero "guadagnare" 30.000 ducati d'oro, pagati direttamente dal console inglese e poi due industriali svizzeri all'uscita di uno stabilimento tessile di Fratte presso Salerno, questo sequestro durò quattro mesi e gli frutto 180.000 ducati (1865). Uno di essi di nome Isacco Friedli lo descrisse così: "Ritto, fiero, con la mano destra alzata, vestito di panni pittoreschi, appariva come una figura teatrale. La sua testa ha un profilo quasi grecola banda manzo, il naso forte, ben modellato e leggermente aquilino; la fronte è piuttosto piccola, le forti sopracciglia curve, i begli occhi scuri il cui sguardo sembra trapassarti; una splendida folta barba bionda orna la bocca ed il mento forte; i capelli biondi, lucidi e fini, raggiungono quasi le spalle. Il suo comportamento e l'incedere sono fieri, a volte c'è in esso un che di felino". Si costituì nel 1868 a seguito ad un esame di coscienza dovuto alla sua grande fede in Dio. Processato evitò la condanna a morte e fu condannato ai lavori forzati a vita. In carcere, però fu subito assillato dalla voglia di fuggire, ci riuscì nel novembre del 1871. Il 20 agosto del 1873, per una soffiata di un delatore, i carabinieri fecero irruzione in una casa colonica dove Gaetano Manzo ed altri sette briganti stavano cenando, ci fu una grande sparatoria in cui rimase ucciso. Nelle sue tasche furono trovate 820 lire d'oro.


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